Small Town Blues – Massimo Rizzi

 
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Massimo Rizzi è un fotografo udinese che negli ultimi anni ha realizzato alcuni progetti fotografici sulla sua città, marcatamente diversi, per intenti e esiti, dalle rappresentazioni di genere.
In questa intervista ci spiega le ragioni alla base del suo lavoro “Small Town Blues”, esposto dal 4 agosto al 30 settembre allo Spazio Feltrinelli di Udine.

Di cosa parla questo progetto?

Con Small Town Blues ho cercato di evocare attraverso la fotografia il senso di vuoto che ho provato osservando la trasformazione della città negli ultimi tempi. Ho realizzato questo lavoro dal 2015 al 2016, scattando fotografie dalle periferie al centro storico, ma evitando volutamente l’hinterland. Un lavoro intra moenia quindi, per parlare di cose che non riguardano ‘gli altri’, ma tutti noi udinesi.

Cosa ti ha portato ad affrontare questo tema?

Ho iniziato il lavoro convinto di testimoniare le ripercussioni di una crisi economica ma, alla fine, credo di aver registrato i risultati a lungo termine di una crisi culturale che riguarda il senso stesso dell’idea di città, di come viverla e pianificarla.
Ho sempre raccontato storie di mondi con cui ho uno stretto legame: in “Cose di famiglia” ho descritto come la mia famiglia abbia affrontato e superato il problema dell’alcolismo, mentre in “Storie semplici” ho rappresentato i momenti belli e brutti della mia quotidianità.
In seguito mi è parso naturale allargare l’orizzonte all’intera città, e da qui è nato il progetto “Small Town Blues”, per raccontare cose che non si sa o non si vuole vedere, ma che non per questo cessano di esistere.

In che modo lo hai realizzato?

Volevo ottenere immagini dirette, non manipolate digitalmente e il più possibile corrispondenti a ciò che vedevo e anche per questo ho utilizzato una fotocamera a pellicola. Ho scattato le fotografie a mano libera dalle strade e dai marciapiedi come un cittadino qualsiasi che cammina e guarda la sua città.
Per trasmettere la sensazione di assenza che ho percepito, ho realizzato immagini generalmente statiche e con un vuoto al centro: ampie distese deserte, brecce nelle murature o spazi privi di vita.
Perché il soggetto non sono certo gli spazi, ma il vuoto stesso. Un vuoto che rimanda senz’altro alla carenza di risorse, ma soprattutto alla mancanza di interesse, capacità e progettualità.

Come è stato accolto questo tuo contributo?

In genere chi guarda una fotografia non distingue tra contenuto e rappresentazione: se il soggetto non è “bello”, se la situazione non è desiderabile, difficilmente l’immagine incontra i favori del pubblico. Questo spiega la diffusa produzione di immagini edulcorate o al massimo di “reportage” che parlano di mondi molto lontani da noi, geograficamente o nel tempo.
La letteratura, la pittura e il cinema trattano normalmente tutta la gamma dei sentimenti e degli aspetti riguardanti la nostra vita, ma visto che la fotografia ha un rapporto molto più stretto con la realtà può succedere che certe rappresentazioni, invece di invitare a riflettere, provochino soltanto fastidio e rifiuto.
Nonostante queste considerazioni di massima e molte porte nemmeno aperte, con questo lavoro ha avuto sia l’interesse dei media che il sostegno di alcune Istituzioni e Associazioni e di questo sono contento perché tutti i miei lavori sono fatti per la Comunità.

Quali sono i tuoi progetti dopo questo lavoro?

Lo scorso anno ho iniziato ad analizzare aspetti specifici della trasformazione di Udine e ho realizzato un servizio sulle sale cinematografiche dismesse. Ha avuto un buon successo di critica e questo mi sprona a continuare il mio lavoro di documentazione, ma dedicherò senz’altro qualche progetto alla Bellezza, dopo averne a lungo osservato la mancanza.
Dopo la pausa estiva riprenderò la consueta attività didattica attraverso corsi e laboratori di fotografia rivolti a chi voglia acquisire solide basi tecniche e sviluppare una visione personale e consapevole.
In poche parole, cercherò di continuare il mio viaggio nella fotografia come percorso di conoscenza e condivisione.

Fotografie di Massimo Rizzi
Intervista di Marta Giardullo

Editor di Constraint Magazine