I sogni nel cassetto e l’Armenia di Hotel Gagarin

 
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Hotel Gagarin è un film sui sogni e sui paesaggi dell’Armenia, è il primo lungometraggio diretto da Simone Spada, già primo aiuto regista in, “Lo chiamavano Jeeg Robot”, “Non essere cattivo” e molti altri.

Il film è stato presentato per il pubblico udinese il 6 giugno al cinema Visionario, in presenza di Giuseppe Battiston.

La pellicola cerca in tutti i modi di intrattenere, evitando il più possibile di approfondire un qualsiasi tema, lasciando in sospeso molti sviluppi che sarebbero potuti essere interessanti.

Il film parte come un con movie all’italiana, un europarlamentare e il suo faccendiere hanno un piano per intascarsi i soldi di un bando europeo a fondo perduto: prendere la sceneggiatura di un film ambientato in Armenia, ricevuto da un professore delle superiori interpretato da Battiston, e convincere una troupe italiana, non necessariamente dei professionisti, a partire per cominciare le riprese, presentare le prime foto dell’inizio dei lavori ed intascarsi la prima parte dei fondi. La troupe dovrà essere formata da un gruppo di persone che, con la promessa di lavorare per il cinema, possa essere abbandonata in Armenia senza causare problemi.

Perchè l’Armenia? Battiston, ad un certo punto, dice di avere origini armene, ma non ci è dato sapere altro.

Dopo la presentazione inziale, comincia la fase della “formazione della squadra”, momento fondamentale di tutti i film con la “squadra sgangherata” (es. Smetto quando voglio o anche Suicide Squad e co.), fatti di pose di gruppo standard e discorsi su quanto questa “squadra sgangherata” sia priva di speranze. La “formazione della squadra” presenta uno ad uno i nostri nuovi compagni di viaggio: oltre a Battiston, Claudio Amendola, Luca Argentero, Barbora Bobulova e Silvia D’Amico. I personaggi vengono messi su un aereo e intrecciano le relazioni più prevedibili.

Una volta arrivati in Armenia, la squadra sgangherata, arricchita da due guide sgangherate, si dirige direttamente all’Hotel Gagarin, mostrando qualche paesaggio mozzafiato, ben fotografato da Maurizio Calvesi, assieme a qualche sito storico lasciato senza contesto. Dopo qualche giorno di permanenza all’hotel i protagonisti prendono autocosicenza come squadra sgangherata, chiedendosi se sia realmente in grado di girare un film, e per caso realizzano di essere stata truffata dal simpatico europarlamentare. Dall’altra parte, in Armenia c’è una guerra, che li blocca nell’hotel.

In questo limbo, la squadra scopre un vecchio teatro nel piano interrato dell’hotel e decide di iniziare a riprendere dei filmati di paesani armeni mentre interpretano i propri sogni. Il primo a chiedere espressamente questo particolare desiderio è un simpatico anziano che desidera a tutti i costi essere ripreso mentre interpeta un cosmonauta. Non è chiaro se, alla fine della ripresa, l’anziano riceva un dvd del cortometraggio o se veda il risultato della ripresa su qualche schermo, però risulta aver “esaudito il proprio sogno grazie al cinema”. Dopo questa prima esperienza, che sembra avere senso per tutti, la voce “che all’Hotel Gagarin si realizzano i sogni” si sparge e moltissimi altri paesani si recano all’hotel, ognuno con una sua richiesta legata al “realizzare un proprio sogno grazie al cinema”. Da qui, la musica, la semplicità degli interpreti armeni e il ritmo delle scene, la fanno da padrone e mostrano il vero potere del cinema: riuscire ad emozionare lo spettatore distraendolo dall’inverosimile quantità di sospensione dell’incredulità richiesta per seguire la trama. Basta una musichetta concitata e le immagini di tutte queste persone felici per farci perdonare l’assenza di verosimiglianza di quello che stiamo vedendo.

Un piccolo apice nella sceneggiatura si ha con la comparsa di uno scacchista misterioso all’hotel, interpretato da Philippe Leroy, l’unico a poter conversare veramente con Battiston, che è a sua volta incapace di legare con gli altri membri della squadra sgangherata. Giocando a scacchi si scambiano citazioni colte da diario delle superiori e intrecciano un rapporto profondo, impossibile con gli altri, per cui Battiston è solamente un professore che parla strano. Al momento di tornare in Italia, Battiston cerca Leroy per salutarlo, ma trova solamente una nota scritta su un foglio di carta, chiede agli altri dove sia, ma nessuno ricorda di aver mai visto un giocatore di scacchi…

Editor di Constraint Magazine