Alan e il Mare al Teatro San Giorgio di Udine

 
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Un papà con il suo bambino cerca di scappare dalla guerra in Siria, per trovare la pace in Europa.
Un dramma che è all’ordine del giorno nelle pagine dei giornali o nei telegiornali, suscitando spesso assuefazione. Occorre quindi riportare il lettore/spettatore a una dimensione più complessa, che lo ridesti dal torpore mediatico, inducendolo a riflettere e a immedesimarsi.
Fortunatamente il teatro soccorre l’assopito lettore/spettatore, sensibilizzandolo ai drammi che si succedono, pare, inesorabilmente.
“Alan e il mare”, andato in scena al teatro San Giorgio di Udine il giorno 4 marzo, è di questo avviso: delicatamente racconta la tragedia dei migranti e, nella fattispecie, si ispira alla storia di Alain, il bambino ritrovato esanime sulla spiaggia di Bodrum.

 

 

Il merito della regia, di Giuliano Scarpinato, è di aver affrontato con serietà e, nel contempo, con serenità un tema arduo e delicato. “Alan e il mare” si è mostrato in grado di mescolare l’arsura, la fame, il pianto e la paura con la speranza, la gioia, la serenità e la spensieratezza, restituendo così dignità ai migranti. Decisiva è stata la interpretazione dei due attori, Michele Degirolamo e Federico Brugnone, che si sono mostrati capaci di plasmare i sentimenti del pubblico, il quale si è trovato in uno spazio situato a metà tra il sollievo e la disperazione e tra la speranza e la rassegnazione.
Tali sentimenti si sono avvicendati sin dall’inizio, quando il padre cela al figlio le reali intenzioni del viaggio, un espediente che ricorda La vita è bella” di Roberto Benigni, e nel momento in cui Alan viene abbrancato dalle onde del mare.

 

Alan e il Mare

 

In seguito il padre, quando sbarca, viene sottoposto all’iter burocratico per convalidare lo status di rifugiato: una condizione che lo alienerà a tal punto che egli si rifugerà nella fantasia: l’unico porto sicuro dove può continuare a giocare con Alan, il quale si manifesterà sotto forma di pesce antropomorfo. Il superstite non riuscirà a separarsi da suo figlio se non nel momento in cui questo ultimo, lo esorterà a risvegliarsi.
Degna di nota è stata la scenografia: una parete tapezzata di vetri spezzati in cui sono state riprodotte alcuni video raffiguranti scenari marini e alcuni paesaggi tipicamente africani. Il resto del palco è rimasto invece scarno di elementi scenografici; la rappresentazione infatti è stata perlopiù una sequela di sogni del padre, dove domina l’evanescenza, ma dove risiede anche la volontà di vivere che verrà proprio conferita da Alan che, raccontando delle meraviglie marine, paragonandole ai luoghi familiari, offre rifugio e pace al padre.

Articolo di Gabriele Duria

 

Alan e il Mare

 

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Editor di Constraint Magazine