fbpx
Tempo di lettura: 4 minuti

Durante l’estate del 2021, la cellula friulana dell’associazione di promozione sociale Witness Journal, che lavora con il fotogiornalismo e il reportage, ha proposto un’attività pensata per sradicare i preconcetti che stanno alla base dell’autorialità di fotografi o artisti. 

Elisa Moro, membro di questa divisione territoriale, ha introdotto al pubblico udinese il Photovoice, una pratica fotografica utilizzata dapprima in psicologia e solo in un secondo momento in altri ambiti artistici. Collaborazione attiva tra autore e soggetto/i da rappresentare, utilizzo di uno strumento artistico e creativo (in questo caso la fotografia) come pretesto per analizzare e sviscerare una problematica ed eventualmente risolverla, e riproposizione di tale sforzo creativo sotto forme non canoniche come musei o gallerie, sono i pilastri portanti di questa pratica. Adottando questo metodo, l’autore fa un passo indietro, e mette la macchina fotografica in mano ai soggetti presi in esame per far sì che siano loro stessi a raccontarsi e a rappresentarsi; il Photovoice parte da un problema di natura sociale che deve essere sviscerato, analizzato e (possibilmente) risolto tramite le conseguenze della narrazione visuale, che in determinati casi può spostare sensibilmente l’asticella delle decisioni politiche e dell’opinione pubblica. 

Un frame da “White Cube”, documentario di Renzo Martens incentrato sul colonialismo artistico da parte delle gallerie d’arte e delle istituzioni museali, che rischiano costantemente di rappresentare altre etnie e culture in modo posticcio e antropocentrico. 

© Renzo Martens 

Photovoice: etica, autorialità, e autorappresentazione

Il processo proposto da Elisa Moro parte dal reportage duro e puro dei primi anni Trenta del Novecento e arriva fino ai giorni nostri, in un’epoca relativista in cui i paradigmi di rappresentanza vengono costantemente messi in discussione. 

La proposta di un simile approccio in una realtà provinciale come quella di Udine è sintomo e sinonimo della necessità di un cambiamento nei confronti dell’arte e della fotografia di oggi, che in tutto il mondo risentono ancora del peso dello “sguardo bianco” e occidentale, che per decenni si è appoggiato su una rappresentazione pigra e stereotipata di realtà che non gli appartenevano, o che esso stesso aveva causato (guerre, comunità straniere in difficoltà, minoranze, flussi migratori, ecc…).

Oggi l’autorappresentazione sta alzando il volume della sua voce, nel disperato tentativo di proporre una decostruzione dei pilastri bianchi e occidentalizzati che hanno costituito le fondamenta di una struttura che ora più che mai necessita di una riconsiderazione del sistema dell’arte. 

Una delle chiavi di volta, come proposto anche all’interno dell’incontro tenuto da Elisa Moro, è rendersi conto della pluralità di punti di vista che caratterizza la nostra società, un tipo di diversificazione che è sempre esistita, ma che solo negli ultimi decenni ha iniziato ad emergere e a mettersi contro l’occidentalismo artistico. Lo “sguardo bianco” ha impostato un’oligarchia creativa nella quale il punto di vista era quello dell’autore e di nessun altro. Quello di cui il mondo occidentale ha bisogno non è una crisi autoriale definitiva: annullare o rinnegare il punto di vista di un artista bianco e considerarlo a priori razzista o stereotipato non è la soluzione. È però necessaria una rivalutazione dell’approccio: l’autore occidentale contemporaneo non lavorerebbe più sui soggetti, ma con essi. In questo modo il dialogo, il dibattito, il mutuo rapporto e insegnamento che si viene a creare tra le due parti (soggetto e autore) diventa terreno fertile per analisi critica e rielaborazione creativa che trova le sue basi in una giusta etica fondata sul rispetto reciproco, e non sull’ appropriazione. 

Dallo scatto al luogo espositivo: cosa non funziona nei musei di oggi

Nel percorso sul Photovoice presentato da Witness Journal Udine viene posta una chiosa anche sul modo di rappresentare l’arte (impegnata o meno che essa sia), perché anche musei, gallerie e fondazioni storiche occidentali (e tutti i loro protagonisti e comprimari) hanno un ruolo e una rilevanza non indifferente nel meccanismo fallace dell’occidentalismo. 

Spesso e volentieri l’opera d’arte viene mostrata ed esposta all’interno di un ambiente elitario ed asettico che propone allo spettatore un tipo di analisi superficiale e monotona; il lavoro e le opere vengono trattate come trofei o come oggetti distanti dall’esperienza del singolo o della collettività che le osserva, e non come agenti di riflessione e discussione. 

Tutto questo va a creare un circolo vizioso colonialista, un cortocircuito occidentalizzato nel quale artisti, curatori e istituzioni non coinvolgono attivamente il visitatore, e lo esentano dall’essere parte attiva del tema trattato (questioni sui cambiamenti climatici, flussi migratori, diaspore, minoranze, ecc… c’è la tendenza nello spettatore medio di considerare questi temi come distanti dalla propria realtà ed esperienza). 

Dibattiti, incontri, eventi collaterali che coinvolgano personalità autorevoli che hanno vissuto in prima persona la tematica trattata, sono solo alcune delle cose che contribuirebbero ad un’emancipazione dello spettatore. 

In sintesi

La tematica del Photovoice presentata a Udine riassume tutto ciò che è stato detto.

Metodi come questo contribuiscono a decostruire un sistema che ormai, al fronte dell’ emersione di tutte le minoranze che la “struttura bianca” ha schiacciato per secoli, ha solo due vie di fuga: abbracciare questo sistema nel pieno rispetto della pluralità dei punti di vista, adottando una rappresentazione non più schematica o stereotipata, oppure sopperire a un tipo di arte nuovo, diverso, in continuo fermento che con l’andare degli anni si riapproprierà giustamente dei propri spazi. 

Daniel C. Blight, “The image of whiteness: Contemporary Photography and racialization”, Daniel C. Blight, 2020

Carlotta Cardana e Danielle Seewalker, “Siamo ancora qui. Il passato e il presente dei nativi americani”, Dots Edizioni, 2019 

Diversi autori, “Trigger Impact”, edito da Fw:Books, 2020

Diversi autori, “Curator Conversations”, edito da 1000 Words Magazine, 2020

Massimo Santinello e Pamela Mastrilli, “Photovoice: dallo scatto fotografico all’azione sociale”, FrancoAngeli, 2016