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Da dove arrivano le assemblee di istituto? Recensione di “Ma non vedete nel cielo…-il Sessantotto friulano”

 
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Io il ‘68 non l’ho imparato a scuola. Non mi ricordo se la prof l’abbia saltato a piè pari o relegato in due frasi striminzite, fatto sta che ho passato il liceo senza avere un’idea chiara di cosa fossero le strampalate assemblee d’istituto (quelle odierne in cui si invitano gli studenti a riunirsi in auditorium, dove assistono per lo più passivi), e con una solo vaga impressione di cosa volesse dire occupare un’aula. Mi ricordo solo di una mia compagna di classe che ad un certo punto, durante storia, si azzardò a chiedere “Ma non facciamo il ‘68?”. Perché per fare il Sessantotto non basta leggere un estratto di una paginetta e mezza della Lettera a una professoressa di Don Milani, ma bisogna instillare nei ragazzi il germe della rivoluzione.

 

Copertina di "Ma non vedete nel cielo..." di Andrea Valcic

Copertina di “Ma non vedete nel cielo…” di Andrea Valcic. foto di Manuela Ortis

 

Con qualche anno in ritardo, finalmente, ho colmato la lacuna. Una lacuna non da poco: spero che i diciottenni di oggi non rimangano altrettanto all’oscuro di questo fondamentale strappo nel tessuto  della nostra storia recente.

Una possibilità di approfondimento sul tema mi è stata offerta dalla biblioteca, ed è così che la lente puntata sul ‘68 in Friuli, o meglio su Udine, me l’ha data Andrea Valcic con il suo libro Ma non vedete nel cielo… scritto nel 1978 e ristampato nel 2008 con Kappa Vu. Valcic, giornalista e scrittore, è stato uno dei ragazzi che hanno fatto il ‘68, testimone in prima persona di cosa succedeva in quegli anni.

 

Quante volte ci hanno detto sorridendo tristemente
Le speranze dei ragazzi sono fumo
Sono stanchi di lottare e non credono più a niente
Proprio adesso che la meta è qui vicino
 
Ma noi che stiamo correndo
Avanzeremo di più
Ma non vedete che il cielo
Ogni giorno diventa più blu
È la pioggia che va, e ritorna il sereno
 
È la pioggia che va, The Rokes 1966

 

Gli anni Sessanta infatti sono stati molte cose: Martin Luther King e la lotta contro la segregazione razziale dei neri in America, John F. Kennedy e la parziale apertura all’URSS durante la Guerra Fredda contrapposta alla barbarie americana nella Guerra del Vietnam, Che Guevara, il grandioso festival di Woodstock, l’allunaggio che quest’anno tornerà in auge ma prima e soprattutto le rivolte degli operai e degli studenti, in tutto il mondo. E se in tutto il mondo (anche in Africa) i ragazzi, medi e universitari, lottavano quasi per le stesse cose (ribaltare un sistema che gli stava addosso a vent’anni come l’abito della comunione), che dire della situazione friulana?

Finita la seconda guerra mondiale, c’era stato il boom economico, e con l’arricchirsi di strati più bassi della popolazione, molti più ragazzi potevano permettersi la scuola. Questa scolarizzazione di massa andava però a cozzare con le vecchie strutture, fisiche e intellettuali, della scuola italiana, in un periodo in cui usi e costumi stavano cambiando. Erano anni in cui non si poteva divorziare né usare legalmente contraccettivi, tanto meno parlarne in pubblico. L’insegnamento della storia al liceo si fermava alla Prima Guerra Mondiale. Il mondo fuori dalle aule stava cambiando, ma i professori non sembravano essere interessati a renderne partecipi gli alunni.

 

"Ma non vedete nel cielo..." di Andrea Valcic. foto di Manuela Ortis

“Ma non vedete nel cielo…” di Andrea Valcic. foto di Manuela Ortis

 

“Figli di papà, pecore e bastardi”: questo l’insulto gridato dai ragazzi dell’istituto Malignani in sciopero in Piazza Primo Maggio nel ‘65, contro la facciata del liceo classico Stellini, che ancora non osava scendere in piazza per paura di tradire i vecchi valori. A qualcosa l’epiteto deve aver servito, perché poche settimane dopo qualche centinaio di ragazzi dello Stellini si riversò in Piazza Libertà – accanto alla Loggia – per fare un sit-in e bloccare il traffico cittadino, solleticando i manganelli della polizia. La protesta era dovuta ad una richiesta fondamentale: Udine non aveva una università, e la si reclamava a gran voce. Le rivendicazioni però uscivano anche dall’ambito scolastico: degli stessi giorni è lo sciopero degli studenti di Tolmezzo contro la chiusura della ferrovia Udine-Tolmezzo (mai più riaperta – ci hanno fatto una pista ciclabile nell’ultimo tratto, giusto per essere sicuri).

Le vere e proprie occupazioni datano invece il dicembre del ‘68, con lo Stellini e il Malignani capifila, e a seguire l’istituto Ceconi. I ragazzi si infiltrano a scuola alle luci dell’alba, sotto lo sguardo attonito del bidello, e vi si barricano all’interno, riunendosi nell’aula magna per discutere. Gli studenti vogliono vedersi riconosciuti dei diritti: primo fra tutti quello di potersi riunire in assemblea, in orario scolastico e con la possibilità di ammettere persone esterne. Diritto che il preside non si sogna nemmeno di garantire, poiché significa buttare benzina sul fuoco delle idee e della libertà.

 

"Ma non vedete nel cielo..." di Andrea Valcic. foto di Manuela Ortis

“Ma non vedete nel cielo…” di Andrea Valcic. foto di Manuela Ortis

 

L’autoritarismo delle autorità scolastiche rivelatosi in questa occasione, ripropone ancora più insistentemente la necessità dell’assemblea come strumento di lotta per una scuola democratica. Vogliamo il diritto a riunirci, tutti quanti, nelle aule magne di ogni istituto, senza le presenze dei professori come controllori, per discutere liberamente di tutto quanto nella scuola di oggi rifiutiamo, […] il voto come strumento di controllo, la mancanza di dialogo, il libretto personale; fino ai programmi, alle sedute dei professori dove siamo irrimediabilmente giudicati e “schedati”, agli esami e comunque discutere ogni pur piccolo problema di ognuno di noi.

 (estratto da un documento firmato dal Movimento Studentesco, riportato in appendice da Valcic)

 

Tutta la ribellione fu una ribellione intrisa di politica: la politica all’epoca era parte integrante della struttura di pensiero dei ragazzi, e l’agire implicava schierarsi politicamente. Gli osservatori esterni li tacciavano di essere “comunisti”.

Riuscirono ad ottenere qualcosa? Sì. Ma per far sì che quel qualcosa sia servito e continui a servire, forse oggi prima di fare le assemblee di istituto a scuola, bisognerebbe fare il ‘68.

Articolo di Manuela Ortis