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Letteraria 2017, festival della letteratura under 35 a Trieste: intervista

 
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Trieste è una città complicata: nello stesso giorno (e addirittura nello stesso luogo) vengono annunciate la chiusura dell’ennesima libreria indipendentemente cittadina, la In Der Tat, e la nascita di un nuovo festival letterario, Letteraria 2017, ricco di incontri e di proposte interessanti. Una coincidenza che fa quasi sorridere ironicamente ma che, invece, va analizzata e capita: da una parte c’è l’evidenza di una perdita, con tutte le domande problematiche che pone (prima fra tutte il chiedersi con che cosa si stia sostituendo le librerie come luogo di conoscenza, di dialogo, crescita e scoperta di nuovi percorsi), dall’altra l’auspicio di una nascita, un festival letterario dedicato interamente alla letteratura under 35 (dal 23 ottobre al 3 dicembre, tutte le informazioni e il programma sul sito del festival) creato proprio dai ragazzi dell’associazione culturale Charta Sporca. Quest’ultimo è un aspetto molto importante della questione perché, in tutto questo rapido modificarsi generale della contemporaneità, determinante diventa comprendere chi è che fa le proposte, quali enti e con quali scopi e principi di base.

Charta Sporca è una realtà nata nel 2010 a Trieste, tra i banchi dell’università, dall’idea di alcuni studenti che decisero di mettersi assieme e costituire inizialmente soltanto una redazione (quella, appunto, della rivista Charta Sporca, il cui titolo è una citazione pasoliniana) e poi una vera e propria associazione culturale con una sua etica e una sua linea di pensiero ben precisa.
Insomma, un ente che dichiaratamente, fin dall’inizio, si propose di fare, nel possibile, cultura e resistenza culturale (e bisognerebbe chiedersi com’è successo che la cultura si sia trovata a dover resistere più che esistere) in maniera gratuita e senza interessi commerciali. Poi, in sette anni, la possibilità di realizzare un festival letterario con ospiti di livello nazionale.

Stefano Tieri e Lilli Goriup sono due ragazzi trentenni che nella vita fanno i giornalisti e si occupano, in generale, di cultura e che rappresentano perfettamente quello che è Charta Sporca e Letteraria 2017. Ecco alcune domande che ho deciso di porre loro:

 

Nella vostra rivista Charta Sporca, più che occuparvi di letteratura, mi pare di capire che voi cerchiate di trattare e analizzare l’attuale (nel senso che proponete articoli che riflettono sui paradigmi e sugli aspetti più concreti e immediati del contemporaneo) in maniera “inattuale”, come sottolineate anche nel titolo.
Potete spiegarmi perché, allora, avete scelto di dare vita ad un festival meramente e prettamente letterario in cui viene lasciato molto spazio, ad esempio, anche alla poesia, un genere sulla quale attualità qualcuno avrebbe da ridire? In che modo ritenete di poter essere attuali ma nel contempo inattuali?

Stefano: È vero, spesso cerchiamo di confrontarci con l’attualità perché riteniamo che necessariamente si debba ragionare su qualsiasi questione a partire dall’oggi che ci troviamo a vivere. Nel contempo, però, proviamo a essere inattuali nelle modalità con cui ci mettiamo ad indagare un dato fenomeno. Mi spiego: siamo abituati a narrazioni mediatiche, nei quotidiani come in televisione o su internet, che prediligono la velocità e che quindi producono molte volte analisi di corto respiro e non esaustive. Noi invece tentiamo di utilizzare nelle nostre riflessioni anche strumenti molte volte non ritenuti necessari per fare giornalismo ma che per noi invece lo sono (la filosofia, la psicologia, la letteratura, ecc.). Da questo nasce anche l’idea di realizzare un festival letterario vero e proprio in cui però tutti i libri selezionati affrontino, in modalità diverse, questioni di attualità: ad esempio, il romanzo La grande A (Giunti editore) parla del colonialismo italiano, ovvero cronaca che ormai è già diventata storia ma che però torna a essere attualità di fronte ai fenomeni migratori più recenti. Probabilmente si può dire che, in generale, tutta la buona letteratura abbia a che fare con i problemi e le questioni su cui la contemporaneità ci spinge a riflettere.

 

Una possibile risposta per la domanda precedente potrebbe anche essere, a mio parere, una riflessione sull’importanza sociale che la letteratura (e ancora di più un festival letterario) può avere: credo si viva in un contemporaneo che ha molto bisogno di occasioni che permettano di riscoprire l’incontrarsi tra persone e la ricchezza che può derivare dalle relazioni e dai dialoghi con l’altro. La ritenete un’analisi sensata? Quanto è importante per voi questa dimensione nella letteratura?

Lilli: Dov’è che oggi la cultura letteraria viene tutelata e coltivata? Nelle università, nelle librerie e dove altro? Non è che si lasci molto spazio altrove, forse anche per questioni economiche e di crisi di mercato, a un certo tipo di letteratura. Noi, per il nostro festival, abbiamo cercato di scegliere per le presentazioni luoghi (vedi ad esempio il caffè/libreria San Marco o il Serra Hub)  dove si possa effettivamente creare il contesto giusto per incontrarsi e dialogare. L’idea è quella di dare vita a momenti in cui, al termine delle letture, ci si possa fermare a mangiare tutti assieme con anche gli scrittori. Avevamo già fatto esperimenti di questo tipo in passato al caffè San Marco presentando, ad esempio, il numero di Charta Sporca dedicato all’Europa come idea: avevamo creato una specie di tavola rotonda in cui noi che presentavamo dialogavamo con il pubblico; il risultato è stato che da subito è nata una discussione molto stimolante che è durata quasi due ore. Noi cerchiamo questo, il confronto, perché riteniamo che un pensiero critico non possa nascere senza una condivisione di opinioni.

Parlando un po’ con voi, mi è sembrato di capire che la redazione di Charta Sporca abbia un’idea ben precisa di cosa vuol dire fare politica e di che cosa sia la politica: in questo date l’impressione di seguire un pensiero e un percorso abbastanza radicale (nel senso che credo abbiate una linea morale ed etica ben precisa e che siate disposti a compromessi entro certi limiti).  Ritenete che sia possibile fare politica anche attraverso l’ideazione e la conduzione di un festival letterario?

Stefano: Sì, quasi tutti la pensiamo così . In effetti  abbiamo, in generale, una certa pluralità di idee.  Alcuni di noi, come me, ritengono che tutto sia politica, anche la scelta più personale di un individuo. È importante però ricordare che la nostra è un’associazione culturale, non politica. Ci sono vecchie generazioni che lamentano l’assenza di giovani in luoghi che rappresentano un modo vecchio di dibattere gli interessi dei cittadini; per noi impegno sociale è anche questo, realizzare un festival letterario in cui si premi comunque la scrittura giovanile e dove ci sia spazio per l’espressione di idee molto diverse una dall’altra. Ancora una volta si torna a parlare di dialogo. Non abbiamo selezionato i libri che verranno presentati per ideologia ma per qualità di analisi, pensiero e scrittura.

Quanto spazio c’è in questa contemporaneità, culturale e non, per esercitare e attuare un pensiero radicale?

Lilli: Nel nostro caso lo spazio ce lo siamo ampiamente ritagliato. Inizialmente, per finanziare la rivista, avevamo provato a chiedere fondi all’università; poi, siccome tutti noi avevamo completato il nostro percorso di studi, abbiamo domandato ad altre istituzioni, come la Regione. Alla fine i fondi sono arrivati e quindi, in qualche modo, la nostra idea e il nostro progetto sono stati premiati. Probabilmente, rispetto ad altre realtà, siamo riusciti a creare una proposta convincente e affidabile. Però spesso non basta: una libreria di Trieste come la In Der Tat, che è prossima alla chiusura, era  riuscita a costruirsi una sua nicchia e un suo giro ma comunque non ce l’ha fatta a contrastare certe logiche di mercato.

A Trieste, la città con più lettori d’Italia, le librerie indipendenti chiudono e vengono sostituite dai ristoranti. È una mia impressione oppure ormai l’unica “presunta” identità locale che si vuole difendere e tutelare è quella culinaria? Cosa ne pensate?

Stefano: Non c’è dubbio che, nella modalità con cui viene fatta, questa ricerca identitaria zonale o locale sia effettivamente un po’ sterile e superficiale. Però, nel caso, ad esempio, del Caffè/libreria San Marco, una realtà culinaria è venuta incontro alla cultura e questo, credo, ha anche permesso di avere più affluenza a presentazioni e letture e quindi più dialogo. Secondo me rimane interessante incrociare aspetti culturali diversi (anche la gastronomia): il cibo non è solo cibo. Ad esempio, ci sono locali, anche qui a Trieste, dove la gestione si basa su determinate scelte etiche (ortaggi a chilometro zero, ecc).

Un autore che mi volete consigliare, per vostro gusto personale, all’interno del festival?

Lilli: Raffaele Bocci e Silvia Capodivacca sono gli autori di Novecento. La storia, una vita (Mimesis edizioni), il romanzo a cui io avevo dato il voto più alto.

Stefano: Io non saprei perché, purtroppo, quelli che avevo letto e votato alla fine non sono stati selezionati. Ti direi, comunque, la Grande A di Giulia Caminito (Giunti Editore).

Perché un festival di letteratura Under 35? Cosa ne pensate degli scrittori di queste nuove generazioni?

Stefano: Si sente spesso dire che questa generazione dai vent’anni ai trenta si rapporta con il vivere in maniera superficiale, senza volersi impegnare, senza riflettere. Noi volevamo capire, al di là dei soliti luoghi comuni, di cosa effettivamente la gente della nostra età scriva e come viva un presente così complesso. Ne è venuto fuori che c’è una dimensione e un’idea del sociale molto presente tra i giovani, al contrario di quello che alcuni pensano. Direi che un tratto comune che caratterizza i vari autori è la concretezza nel rapportarsi con i problemi più immediati e contingenti del quotidiano. Una cosa interessante è anche che tra gli autori selezionati la metà sono autrici: nella storia della lettura, per varie motivazioni di carattere sociale e storico, credo sia abbastanza una positiva novità tutto questo emergere di autrici di grande qualità.

Intervista a cura di Carlo Selan