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Intervista a Fabrizio Citossi: chi sono i Rive No Tocje?

 
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Per me, cercare Pasolini significa cercare la verità

Ci sono dei momenti nella nostra vita in cui siamo costretti a fare i conti con le nostre origini. Dei momenti in cui non possiamo scegliere più nulla, i nostri pensieri giocoforza vanno lì. La recita è finita, la gente applaude, il sipario è calato: gli attori escono di scena. Entriamo nel camerino e non riusciamo a goderci il momento perché siamo di fretta. Dobbiamo cambiarci velocemente, il custode chiude tra poco. Non facciamo in tempo a levarci la maschera che dobbiamo già indossarne un’altra. L’intervista alla stampa, il bicchiere coi colleghi, la compagna che ci aspetta.

In questo articolo ho deciso di intervistare Fabrizio Citossi, chitarrista e leader dei Rive No Tocje, gruppo fondato insieme al poeta Franco Polentarutti con l’intento di promuovere la diffusione della lingua friulana. In realtà non si tratta semplicemente di diffondere, bensì di sdoganare. In che senso? Beh di questo ne parlerò dopo, nella seconda parte dell’articolo, dove faccio alcune domande a Fabrizio. Nella prima, invece, dedico alcune riflessioni personali al senso dell’identità linguistica, con lo sguardo teso in modo particolare alla lingua friulana, che è la lingua con cui sono cresciuto.

La sveglia è suonata, i denti sono lavati, le scarpe allacciate. Sono già seduto sulla metro prima ancora di capire dove sto andando. Ho preso tutto? Troppo tardi, domanda che mi dovevo porre prima di salire. Imparerò anche questo prima o poi, imparerò ad organizzarmi, imparerò a fare questo, a fare quello, ecc. Sono in piedi da cinque minuti e la lista delle cose da imparare è già troppo lunga. Bisogna tagliare qualcosa, un articolo non deve essere troppo lungo. Le cose importanti prima di tutto. Perché stiamo scrivendo questa cosa? Il lettore deve capire subito, dobbiamo dargli un buon motivo per aprire questa pagina. È vero, però… no, non c’è nessun però. È così, ti devi adattare.

E allora scrivi, scrivi, scrivi. Però non troppo, devi rispettare i canoni prestabiliti. Ci sono gli algoritmi, le visualizzazioni, le ore in cui pubblicare. È business, funziona così. È il mercato che comanda, il pesce più grande mangia quello più piccolo, chi non si adatta è un pesce morto in partenza.

Sono sfinito sul divano, scoraggiato perché non sono riuscito a fare la spesa. Il supermercato aveva appena chiuso e non ho niente in casa. Ma che senso ha correre quando non hai tempo per mangiare? Squilla il telefono, messaggino su WhatsApp, è mia madre che mi chiede come sto:

“ciao, dut ben? Ze mot esje lade vuè? Chi fret, nuje ze fà, Puzinie simpri la solite storie, ti saludin lis ziis”.

In questo momento potrei essere ovunque nel mondo, non fa differenza. Mentre leggo queste parole, esco di scena: lo spettacolo è finito. Mi levo la maschera e finalmente sono a casa.

Se non hai qualcuno a cui dire che sei felice, beh essere felici non è che abbia tutto ‘sto senso a dire il vero. Se non hai qualcuno a cui raccontare le tue imprese, queste smettono di essere eccezionali e diventano momenti qualunque. Se non hai un passato con cui confrontare il tuo presente, vai tu a capire che cosa stai diventando e dove stai andando.

La verità è che si va sempre via per tornare a casa. Le nostre azioni assumono un significato pieno solo alla luce di quello che eravamo, di quello che siamo stati e di quello che non siamo più. Senza il confronto col nostro passato – che è la nostra terra, la nostra lingua, i nostri amici più intimi – la nostra vita perde di senso.

La nostra identità ci accompagna ovunque e rappresenta lo scorcio attraverso il quale guardiamo la realtà, la nostra fetta di mondo, la vita che ci è stata data. La nostra identità però non ci appartiene, siamo capitati in quel contesto completamente a caso e ce lo portiamo dietro per tutta la vita, che ci piaccia o meno. Ed è proprio in quel contesto che sosteniamo il vero esame di maturità.

“bon di nuja”
“sotu di Tisana?”
“nato a Latisana nel 1992”
“io a Palmanova nel 1981”
“braf”
“quando tu eri un poppante io svaligiavo già le banche”
“par chel tu sos plen di beez?”
“li ai strazaz ducj in alcul”.

Fabrizio Citossi, in arte Rive No Tocje, è nato a Palmanova nel 1981 e venerdì 11 gennaio presenterà al circolo culturale MissKappa l’anteprima del nuovo disco, una serie di composizioni free jazz dedicate alla figura di Pier Paolo Pasolini. La parte musicale è accompagnata dalle poesie del grande intellettuale cresciuto a Casarsa e da quelle di Renato Sclaunich, poeta di origini goriziane, oggi residente a Bolzano, che ha deciso di partecipare al progetto. Ora, secondo il mio professore, questa cosa avrei dovuta scriverla all’inizio dell’articolo, non cinquanta righe dopo. Magari ha pure ragione. Il punto è che, sia io che Fabrizio, non abbiamo scelto le ragioni del business. È qualcos’altro che ci muove, e che ci lega allo stesso tempo.

Le righe qui sopra sono tratte dalla nostra conversazione di ieri, una conversazione, come avrete capito, totalmente inconcludente, un’accozzaglia di frasi a caso che non significano assolutamente nulla. Io lo accuso di essere un buono a nulla, ed è vero. Lui, di rimando, di essere un latisanese, ed è vero pure questo.

Eppure queste parole così semplici, nella loro totale assenza di contenuti utili, mi riportano indietro nel tempo e lontano nello spazio. Mentre scrivo queste righe mi trovo a Lisbona, ma nell’intimo i miei pensieri percorrono i sentieri della campagna friulana, dove abitualmente perdo il mio tempo in compagnia di Fabrizio.

Ma che senso ha accusarmi di essere un latisanese? Si tratta davvero di un insulto? Ecco, questo è ciò che non si può spiegare, ciò che non si può esprimere concettualmente né tanto meno tradurre in un’altra lingua. Solo chi abita dalle parti di San Giorgio può capire queste parole. Perché è proprio questo il valore profondo di una lingua.

La lingua non è solo uno strumento che noi utilizziamo per esprimere dei pensieri o per comunicare col prossimo. La lingua è molto di più. È un modo di esistere, il veicolo che ci conduce alla scoperta di noi stessi, la radice che ci tiene ben ancorati a quella parte di mondo che è la nostra parte di mondo. Ci appartiene per nascita, ci influenza per necessità, ci invade il cuore per ragioni sentimentali.

La lingua è il nostro modo di entrare in contatto con il mondo, guida i nostri pensieri e ci apre alla comprensione della realtà.

La lingua è un pezzo di storia, in essa si incontrano espressioni, modi di dire, immagini che sono associate a un luogo, a quel particolare luogo e a nessun altro. In essa convergono tradizioni, usanze, linguaggi che sono ciò che la storia ci ha lasciato in eredità.

La lingua, quella che parliamo oggi, è il frutto di migliaia di anni, di conversazioni, di giochi linguistici, di pratiche sociali. Noi la parliamo nel presente, ma solo grazie alla forza del passato possiamo apprezzarne le infinite sfumature: sta a noi decidere di conservarne il futuro.

Pensiamo che una lingua ci appartiene perché la parliamo tutti i giorni e dunque pensiamo di poterci fare quello che vogliamo. Non è proprio così. Secondo Martin Heidegger, il grande filosofo tedesco, questo è il grande pregiudizio della filosofia occidentale, che ha creato una grande confusione su chi sia il vero soggetto della storia, che non è l’uomo bensì l’Essere. Secondo l’autore di Essere e Tempo la lingua non è uno strumento a disposizione dell’uomo, tutt’altro: è l’uomo ad essere a disposizione dell’Essere e la lingua umana è il modo attraverso cui la Natura si esprime. Riprendendo una vecchia idea di Hölderlin, poeta e filosofo tedesco di fine Settecento, possiamo dire che l’uomo è un organo della natura. Per questo Heidegger, nella fase più matura del suo pensiero, dice che bisogna lasciar perdere la filosofia intesa come metafisica ed ascoltare la parola dei poeti.

Ascoltare. Perché, appunto, si tratta di ascoltare una lingua, non tanto di parlarla. Ed è la lingua della poesia, come quella di Pasolini di cui ci parla Fabrizio, quella che ci avvicina di più alla verità delle cose. Si tratta di rimanere un attimo in silenzio, e prestare attenzione: il rispetto è l’unica condizione davvero necessaria per andare aldilà delle apparenze.

Chi sa solo ridicolizzare la propria cultura, in questo caso quella friulana, non può godere dei prodotti della propria terra, non può apprezzarne l’aroma nostrano e l’aspetto spartano, il sapore rustico e le sembianze severe, né ritenere appetitoso il suo menù più tradizionale, che è un menù fatto di formaggi della Carnia e di vini del Collio, ma anche dei libri di Mauro Corona e della musica di Glauco Venier, delle poesie di Pasolini e dei quadri di Luciano Lunazzi, per citare solo gli esempi più noti.

In una società sempre più globalizzata come la nostra, il rischio è che si vengano a perdere tutte queste infinite realtà locali, provinciali nel senso buono del termine. Che si vengano a perdere i colori, le immagini, i suoni di queste realtà che in verità sono la cosa più preziosa che abbiamo e che noi non sappiamo apprezzare abbastanza, schiavi di una televisione che ci dice da sempre che il nostro posto non è abbastanza importante, non è abbastanza figo, non fa abbastanza tendenza.

Sin da piccoli ci hanno insegnato che senza l’inglese, oggi, non vai da nessuna parte. Verissimo. Ciò che nessuno ci ha detto, però, è che dopo che sei stato in tutte le suddette parti, devi anche tornare a casa, dove si parla il friulano, ed è solo lì che capisci quanto è stato importante il tuo viaggio.

Venerdì 11 i Rive No Tocje suoneranno a Udine al circolo culturale MissKappa, ragion per cui ho deciso di scrivere questo articolo e fare alcune domande a Fabrizio, in modo tale da arrivare preparati al concerto.

Fabrizio, mi vuoi parlare del tuo passato musicale? Chi sono i Rive No Tocje e da dove viene l’idea di cantare in lingua friulana?

I Rive No Tocje sono un progetto che nasce nel 2011, dall’unione tra me, chitarrista autodidatta amante del blues e della buona cucina, e il poeta decadente Franco Polentarutti, entrambi della bassa friulana, io di Muzzana e lui di San Giorgio. Inizialmente l’idea era quella di mettere assieme poesia e musica, poi il sound si è evoluto verso la forma canzone, con la quale la lingua friulana si sposa abbastanza bene direi e le cui strutture musicali sono piuttosto inconsuete ed oblique.

In questi 8 anni il gruppo ha suonato parecchio in giro, ha raggiunto le 200 date, ha suonato in Slovenia, ha fatto delle presenze in tv, ha pubblicato due dischi: il primo Svuaze, autoprodotto nel 2014, il secondo Lis conseguenzis dal deliri, edito dalla casa discografica Musiche Furlane Fuarte nel 2016. Ha collaborato con musicisti e artisti del calibro di Claudio Cojaniz, Ivan Moda, Fabian Riz, Raffaele Lazzara, ma anche con figure internazionali come il suonatore di didgeridoo australiano Martin O’Loughlin.

L’idea di base era quella di unire poesia e musica, poi a un certo punto è subentrata la protesta, in modo tale che la poesia non resti una cosa innocua. Pensiamo che la lingua friulana, senza voler essere sovversivi, possa essere efficace anche per parlare di altre cose, non solo di stalle e di stelle, di frico e di Tocai. Anche noi Friulani condividiamo con il resto del mondo i problemi che la modernità ci pone dinnanzi, e quindi vorremmo che la produzione musicale stia al passo con i tempi, cosa che in realtà è abbastanza difficile oggi come oggi. Anche nelle produzioni musicali che sento in regione si avverte sempre una certa paura di dire la propria, di esporsi, sembra quasi che ci si vergogni a dire in friulano qualcosa che non sia la solita solfa. Noi abbiamo cercato un pochino, nel nostro piccolo ovviamente, di liberarci da queste catene pseudoculturali del friulano da oratorio.

Un gruppo che vuole essere diverso dalla maggior parte dei gruppi, con un approccio dal punto di vista musicale anche piuttosto atipico. La lingua friulana l’abbiamo parlata da sempre entrambi, sin da piccoli, non è una scelta stilistica, bensì un’attitudine. Siamo friulani fino al midollo.

La lingua friulana può essere un veicolo per riuscire a dire chi siamo, qual è il posto da cui veniamo, ma allo stesso tempo deve anche essere un mezzo per esprimere quello che pensiamo veramente, non può limitarsi a dire “o sin furlans” – mia bisnonna potrebbe dire una cosa del genere. Bisogna sdoganare queste tendenze restrittive della lingua friulana. Anzi, penso sia proprio questo che porti poi una lingua ad essere parlata solo all’interno di una cerchia ristretta di persone e, di conseguenza, a morire.

Parliamo ora di Pasolini. Come mai questa scelta? Perché non qualcun altro?

Io e Franco riteniamo che sia l’unico poeta friulano (o meglio, che ha scritto in friulano) che abbia detto qualcosa oltre a scrivere poesie, qualcosa che non si conformasse alla solita retorica poetica. Diciamo che anche nelle prime poesie di Pasolini, quelle più acerbe per così dire, c’è una profondità che nei poeti friulani attuali francamente manca.

È un poeta a tutti gli effetti, non è uno che va a cesellare la parola. Si percepisce chiaramente che le parole gli uscivano con naturalezza, quindi alla fine, per me, cercare Pasolini è cercare la verità. Cercare un modo di comunicare che non sia filtrato attraverso le solite regole da circolo salottiero, nel quale ognuno cerca di essere aggraziato nella pronuncia, nella dizione, ma poi, effettivamente, cos’è che vai a dire?

Non ci sono molti poeti oggi. Io fortunatamente ne conosco alcuni molto bravi, ma nella maggior parte dei casi ci troviamo di fronte a puri esercizi di stile. Pasolini, invece, non faceva questo, pure avendo molto stile e facendo molto esercizio.

Pensi che Pasolini possa ancora essere attuale?

Altroché se è attuale. Nei nostri brani ci saranno dei momenti in cui il poeta esporrà delle opinioni, degli stralci estratti dai quotidiani in cui Pasolini criticava fortemente la cultura dell’epoca. Certi passi sono molto attuali, sembra che stia parlando di quello che accade oggi. Chi verrà a sentire il concerto si renderà conto che queste frasi, estrapolate con molta attenzione dai libri di Pasolini, perlopiù dagli Scritti Corsari e dalle interviste nei vari giornali dell’epoca, sono quello che potremmo scrivere noi oggi se ne fossimo capaci.

Se ci fosse un intellettuale della sua statura al giorno d’oggi forse potremmo sentire delle cose simili, che comunque trattano della nostra vita: i problemi non sono cambiati negli anni. I problemi sono quelli, la gente non li ha risolti, ci sono i cellulari, i computer, ma i problemi rimangono gli stessi degli anni ‘60, ‘70.

Alla fine, si capisce che gli intellettuali dell’epoca erano molto più coraggiosi di oggi. Se non altro Pasolini era molto più coraggioso. Anche gli altri a dire il vero: sebbene schierati politicamente, comunque spesso qualcosa di serio lo dicevano, cosa che oggi è piuttosto rara. Se non all’interno delle varie Facoltà, sentire qualcosa di caustico, qualcosa che sappia davvero mettere in discussione i valori della nostra società, oggi è davvero molto difficile.

Il mio ultimo pensiero va al ricordo di Alessandro Bellan, filosofo friulano e mio docente all’università Ca’Foscari di Venezia, venuto prematuramente a mancare nel 2014 a causa di una crudele malattia.

Articolo di Elvis Zoppolato
Lisbona, 10/01/2019