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Tra le vie principali del Borgo Stazione di Udine si nasconde uno studio fotografico di marketing pubblicitario, mimetizzato nel bel mezzo dei diversi edifici storici. Matteo Lavazza Seranto, veneziano di nascita e udinese di adozione, è il proprietario di questo spazio camuffato all’interno di Via Romeo Battistig. 

È stato chiesto a Lavazza di descrivere la sua esperienza lavorativa (e abitativa) all’interno del quartiere udinese. Come si è evoluta la situazione sociale del rione nell’ultimo decennio? E in particolar modo, com’è cambiata l’atmosfera del borgo a seguito del Covid-19? 

Quando hai aperto l’attività qui nel borgo? Raccontaci un po’ la tua esperienza nel quartiere…

Ho acquistato questo spazio nel 2013 circa. In principio era un market africano, chiuso da parecchio tempo a causa di vari problemi personali della titolare. 

Dopo circa un anno di trattative con i proprietari sono riuscito ad affittare il posto , che ho sistemato un po’. Giusto a ottobre dell’anno scorso (2020) sono riuscito ad ampliare lo spazio; a seguito del covid, stranamente, sono riuscito a trovare più lavoro di quel che mi aspettassi e ho fatto qualche investimento, da libero professionista non si può mai sapere…

Qui mi trovo bene devo dire, ci vivo anche, nel palazzo in fondo alla via. Questo quartiere ha una storia importante alle spalle, alcuni di questi edifici compiono cento anni il prossimo anno. C’era un progetto urbanistico importante al tempo, era una zona molto prestigiosa. Poi è arrivato l’ ”effetto stazione”; questi posti sono tattici per il trasporto, sono zone molto ricercate, è un quartiere molto importante. Mi piace anche perché è multietnico, lo apprezzo molto. Questa è una delle poche zone vive della città.

Mi piacerebbe integrarmi di più, in realtà… Ma non è facile, poi con la pandemia i rapporti sociali in generale si sono irrigiditi parecchio. La gente non ha più voglia, tempo o forze di stare dietro a tutto.

 

E l’integrazione era un problema già esistente che si è accentuato con la pandemia? 

Secondo me sì, è peggiorata parecchio. C’è parecchia provincialità purtroppo.  Tutti abbiamo risentito della crisi pandemica, ma c’è chi l’ha affrontata con parecchie difficoltà. 

In giro vedi pochissima gente, e nonostante tutto vedi spesso litigi lungo la strada; le persone hanno tanta rabbia, disperazione, rancore da sfogare. Non so esattamente a cosa possa portare questa situazione. 

Hai avuto modo di parlare con gli altri abitanti o lavoratori del quartiere a riguardo? 

Come abbiamo detto l’integrazione qui non è semplicissima. Ci sono diverse barriere culturali da scavalcare, sia da parte di noi italiani che da parte delle altre etnie. Esempio: ci sono cinesi che sono qui da 15 anni e non parlano ancora italiano oltre al “ciao” e “grazie”. E al tempo stesso l’italiano, per diffidenza o chissà quali altri motivi, difficilmente andrà ad acquistare alimentari nel negozietto del nigeriano. Tutto questo porta ad una decadenza nelle persone, nei gruppi. 

Però come ho già detto prima, io mi sento sicuro qui. Più sicuro che in altre zone. 

Non ho idea di come fosse la situazione prima che io arrivassi. So che molti colleghi qui mi dicono che una volta questo era il salotto di Udine, ma non credo che se ora non lo è più sia colpa dell’immigrazione. Penso che la colpa sia della mancanza di iniziative culturali, il grande dramma è questo. Mancano iniziative e manca la capacità di saperle valorizzare. 

L’arte è un business. Dal Cinquecento, dal Rinascimento in poi, l’industria principale era l’arte. Ora passa in secondo piano, come qualcosa di non necessario. 

Avere uno spazio così in un quartiere simile può quindi diventare un gesto politico? 

Involontariamente lo è quasi diventato. Io non voglio prendere posizioni usando questo spazio, ma facendo quello che faccio, nel mio piccolo, spero che le cose nascano e si evolvano…
A me piacerebbe tantissimo fare una festa per il centenario di questi palazzi. Una festa di quartiere; avevamo in mente di radunare tutti gli artisti della zona e stava nascendo una cosa con una ventina di persone, tra musicisti, attori, fotografi, restauratori, eccetera… 
Sarebbe bello fermare il traffico, fare una scenografia, organizzare un palco, una lunga tavolata che occupi tutta la strada. Sarebbe anche un modo per far avvicinare le varie attività multietniche, che secondo me se proponi iniziative simili le gente arriva, a prescindere dalla provenienza. 

È un lavoro di un anno, minimo. Servirebbero soldi, tempo… 

Quando sono state fatte le mostre allo spazio Marioni in collaborazione con Constraint, diverse persone si erano fermate per ringraziarci per aver portato quel tipo di iniziative in questo quartiere. Quindi questa necessità di eventi culturali c’è, è sentita. 

Esatto. Quello spazio ha parecchio potenziale, dovrebbe essere sfruttato per queste cose. 

Ti facciamo una domanda da un punto di vista economico, più specifico. Riguarda il tuo settore: c’è stato un cambiamento radicale a seguito del Covid?

Il nostro settore, a prescindere, soffre di una fragilità enorme. Il lavoro del fotografo è molto versatile già di per sé; questa situazione ha reso il tutto ancora più precario. 
Ultimate poi, un po’ tutti si possono improvvisare fotografi. Basta qualche centinaio di euro e ti compri un’attrezzatura mediocre.

In realtà è un mestiere molto costoso, ed è giusto valorizzare adeguatamente il proprio lavoro. 

Non sembra, ma serve tanta formazione, investimento di soldi e tempo. A seguito del covid, i clienti sono allo stremo, e finiscono per pagare o commissionare lavori appena sufficienti. C’è tantissima competizione tra i fotografi per i prezzi, ed è pericoloso per il mercato. La fotografia come oggetto, non ha valore. Ha valore il lavoro e l’investimento che c’è dietro. E se la tua situazione economica come professionista è instabile ti trovi costretto ad accettare commissioni che svalutano il tuo lavoro.

Questo momento storico mi ha aiutato a consolidare tutto questo. Il lockdown mi ha permesso di capire quanto vale ciò che faccio e perché faccio questo lavoro. Interpreto tutto come un’ occasione. 

Qui quanti siete? 

Non siamo una società, siamo un gruppo, una rete. 
Ci occupiamo di fotografia e video. Facciamo principalmente design e arredamento. C’è anche una sezione di ritrattistica. Io di formazione sono reporter, ma ho dovuto lasciare quella branca per motivi economici. Qui in Friuli, quando sono arrivato, sono stato fortunato. Sono entrato nel mondo del design tramite vari contatti e studi grafici. È particolare come situazione, perché non sono specializzato (dato che vengo dal mondo del reportage). Vengo da un mondo veloce, fatto di tutt’altra sostanza. Sono legato ancora alla foto d’arte e reportage, e cerco di applicare la mia formazione a ciò che faccio ora. 
Lavoro con vari art director che commissionano e propongono progetti, lavoro sul ritratto, abbiamo assistenti e tirocinanti, e questo è quanto.

Una voce del coro non indifferente quella di Lavazza, che ci permette di capire un po’ più approfonditamente uno dei quartieri più particolari del capoluogo friulano. Emerge l’esigenza di iniziative culturali che possano creare un dialogo tra i cittadini del Borgo e quelli esterni al rione. Si percepisce la necessità di creare eventi finalizzati a valorizzare le potenzialità artistiche del quartiere. What Comes Next si propone di fare proprio questo, mira a creare connessioni e si sforza di riflettere criticamente sulla fotografia all’interno e all’esterno dei contesti istituzionali. 

 

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